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Camera mortuaria nell'Hospice Madonna dell'Uliveto a Reggio Emilia
Hospice Casa Madonna dell’Uliveto, Via Oliveto, 37 - 42020 Montericco di Albinea (RE) - Italia

Percorrendo le scale e scendendo nella camera mortuaria, ci si trova di fronte ad un pannello a mosaico che rappresenta la terra, con un sole pallido d’inverno e un piccolo seme da cui spunta, appena percettibile, un germoglio verde. Accanto c’è un pannello grande, anch’esso in mosaico, che rappresenta Cristo a mensa con il peccatore e la peccatrice che gli asciuga i piedi con i suoi capelli.

Parete di sinistra
Camera mortuaria

Montericco di Albinea (RE) - Italia

Marzo 2001


Nella parete di fondo, scavata nel muro, è raffigurata la tomba vuota con le bende bianche e tre pietre per terra. Alla sua destra, l’angelo con il masso rotolato e la mano protesa ad indicare la tomba vuota, mentre alla sua sinistra la terra con un sole primaverile e il chicco che ormai ha fatto crescere il suo stelo.

Parete centrale
Camera mortuaria

Montericco di Albinea (RE) - Italia

Marzo 2001


Nella parete dirimpetto a Cristo con il peccatore e la donna, due pannelli in mosaico raffiguranti la Maddalena e l’altra mirofora che vanno verso la tomba aperta indicata dall’angelo che, nella scena, infatti, le precede.
Poiché le pareti della camera mortuaria sono state lasciate in muro grezzo non intonacato, questi grandi pannelli in mosaico risaltano molto bene, creando un effetto di luminosità, di forza e di colore puro. Uno scenario per la vita, quasi una festa di movimento e di luce.
La camera mortuaria è dunque impostata sulla parabola del chicco di grano che muore nella terra per germogliare, dunque sul mistero pasquale, intrecciata alla storia della Maddalena che, da peccatrice, si riscopre una donna nuova fino a diventare la prima e più appassionata testimone del Risorto.
San Paolo spiega (cf 1Cor 15,36-44), sull’esempio della luminosità dei corpi celesti e terrestri, la diversità di ciò che si seppellisce da ciò che risuscita. L’Apostolo dischiude davanti ai nostri occhi il grande mistero della vita umana: quando l’uomo nasce, è come se un chicco di grano cadesse nella terra; se questo chicco si distrugge e muore, spunta la nuova pianticina. Il germoglio non assomiglia più in niente al chicco, perché il chicco sembra una cosa morta, mentre germoglia la vita, di un colore fresco, vivace, splendente. Se il chicco invece non muore, non germoglia. Questo vuol dire che la vita dipende dalla sapienza del morire.

Parete di destra
Camera mortuaria

Montericco di Albinea (RE) - Italia

Marzo 2001


Cristo ci incontra nel nostro peccato
Cristo alla mensa con i peccatori, è un’immagine esplicita della kenosi trasfigurante vissuta dal Figlio di Dio per raggiungere l’uomo, allontanatosi da Dio e dalla vita. La mensa è un luogo dell’intimità, dell’incontro, della solidarietà. È l’espressione della comunione, dove l’incontro avviene nella partecipazione dei beni. Cristo partecipa con i peccatori all’umanità isolata e lontana, spinta nella solitudine del deserto, per plasmare l’umanità piegata nella sua ribellione ad immagine della figliolanza. Cristo si fa servo per farci figli. Cristo a mensa con i peccatori si rivela amico dei peccatori. Non è venuto per chiamare i giusti e i sani, ma i malati e i peccatori (cf Mt 9,12-13). I vangeli ci testimoniano con diversi episodi come i peccatori chiamavano il suo nome, gridavano verso di Lui implorando aiuto, come erano umili, semplici, stringendosi a Lui, e come invece i presunti giusti, quelli che si ritenevano già a posto, brontolavano ed erano infastiditi di questa sua amicizia con i peccatori.
I peccatori “convenzionali” percepiscono la propria lontananza dalla luce, avvertono il bisogno della salvezza, della luce, dell’aria, della purificazione. Perciò sono coloro che nel vangelo hanno per primi incontrato il Messia. Lungo tutto il vangelo, rimangono invece un problema coloro che non sentono il bisogno di essere redenti, ma che si ritengono piuttosto propensi a “redimere” e ad insegnare agli altri la retta via.
Sul mosaico è raffigurato un peccatore che si mette la mano sul petto. Un segno di contemplazione nell’antica iconografia, oppure di umiltà, di pentimento, comunque un indice del pensiero del cuore. Si tratta evidentemente di un peccatore che ha sperimentato a sufficienza la nausea del peccato e che cerca Colui che può togliergliela, indicandogli un modo diverso di vivere che lo abiliti ad una vita nuova.
Cristo benedice la peccatrice ai suoi piedi, ma ha lo sguardo fisso esattamente sul seme che germoglia del primo pannello. La donna si avvicina a Cristo con la sua storia segnata dal peccato e dalle sue innumerevoli umiliazioni. Fa un gesto di tenerezza sui piedi di Cristo, anche perché arriva da Lui con ciò che è e con ciò che sa di se stessa. Ma, a contatto con Cristo, la donna scopre che l’uomo sui cui piedi piange non è un uomo qualsiasi, ma il Figlio di Dio. La sua umanità è un’umanità luminosa, penetrata da un amore filiale, che in lei suscita la verità di figlia e di sorella. Cristo benedice la peccatrice perché in lei già vede e contempla la donna nuova. Lui vede il germoglio, lo splendore di una donna nuova, redenta, resa figlia di Dio, liberata dal peccato, purificata. Lo splendore della novità della sua vita è diverso dalla donna arrivata da Lui, tanto come il germoglio verde chiaro dal chicco spento gettato nella terra. Lei è venuta come una persona disintegrata, perciò è immagine dell’umanità peccatrice. Ma, quando si inchina su Cristo, spinta dall’amore che scaturisce dall’accoglienza sconfinata che Cristo le offre, aderisce a quell’umanità sua che le appare proprio nell’incontro con il Signore. Lei accarezza i piedi di Cristo, e in questo gesto aderisce a se stessa nuova, lavata, rinata, come è in Lui. Curva sul corpo di Cristo, aderisce con un amore nuovo, quello con cui Cristo la ama, alla sua umanità, ormai plasmata dall’amore filiale e stabile che trova in Lui.
Le lacrime della peccatrice nascono dalla delusione, dall’umiliazione, dall’amarezza di tanti amori illusori, ma cadono sul corpo di Cristo, bagnandolo come il battesimo della donna. Essa si scopre familiare, consanguinea, con l’umanità di Cristo. Cristo, infatti, non si è reso solo commensale agli uomini. I bicchieri sulla tavola alludono già a tutto il mistero sacramentale, tramite il quale siamo resi addirittura suoi consanguinei.

Anche Maria Maddalena sta morendo al suo peccato
Camera mortuaria

Montericco di Albinea (RE) - Italia

Marzo 2001


Lo sguardo di Cristo suscita in noi il pentimento
Ogni vita umana è segnata dal peccato. L’uomo può percepire il peccato di fronte ad una legge, e allora scoprirà la sua imperfezione, di fronte ai criteri di una società, e in questo caso farà i conti con la sua inadeguatezza, o di fronte ad un volto di infinita pazienza e misericordia, e scoprirà se stesso come peccatore. La legge, la norma, la società, caricano la persona del senso di colpa. Invece, lo sguardo misericordioso commuove, suscita il pentimento, un singhiozzo, un pianto che affretta il passo verso il Misericordioso, verso l’Amore, e che fa cadere ai suoi piedi. Il pentimento è un movimento del cuore che fa ritornare.
La peccatrice ai piedi del Signore testimonia che non serve accusarsi dei peccati e decidere di cambiare, perché non si è in grado di mantenere queste decisioni prese di fronte a noi stessi. E, se casomai per un po’ di tempo questo accadesse, si cade in preda dell’orgoglio e della superbia che si traducono in un giudizio severo sugli altri. La donna ai piedi di Cristo, in un’espressione esplicita di tenerezza, testimonia che ammettere la propria verità davanti al Signore fa trovare nel corpo del Signore offerto a noi quella nostra umanità che noi tanto desideriamo, ma che non siamo capaci di realizzare.
Noi vogliamo essere uomini e donne nuovi, conosciamo l’immagine dell’uomo nuovo, conosciamo il bene che l’uomo nuovo dovrebbe fare, la bellezza del mondo costruito da lui, ma non abbiamo la capacità di realizzare tutto ciò. Manca la forza della realizzazione alla nostra volontà, al nostro pensiero, persino alle nostre mani. Cristo ha assunto l’umanità, quella nostra, ribelle, opaca, impenetrabile, preda delle più svariate e basse passioni. Essendo però Figlio di Dio, ha una volontà che non solo vuole, ma possiede ciò che vuole. Perciò l’umanità trasfigurata in Lui nella pasqua è il contenuto reale, esplicito, di ciò che Lui vuole, pensa e fa.
La peccatrice benedetta dall’amore di Cristo testimonia che il perdono non è un semplice cancellare i peccati, ma una trasfigurazione della persona intera. Ora lei è morta al peccato, non ricorda più gli amori sbagliati, ma porta ormai impresso nel cuore il sigillo del volto di Colui che l’ha amata e che ha fatto emergere in lei quella donna nuova che germoglia, proprio da quella vecchia. Non ha cancellato il passato. Il passato è stato trasfigurato. Al posto del peccato è entrato il Signore stesso, al posto di un amore mercanteggiato è entrato l’amore del Figlio di Dio, e al posto degli amanti sbagliati e illusori è entrato il Signore.

Veduta delle pareti centrale e di sinistra
Camera mortuaria

Montericco di Albinea (RE) - Italia

Marzo 2001


L’incontro con la tomba
Sulla parete della tomba vuota è raffigurato l’angelo che si appoggia sul masso rotolato via e indica il sepolcro vuoto. E, nella stessa direzione, si trova anche un mosaico con la terra ed un sole ormai caldo, primaverile, e il seme che ha già fatto crescere il suo stelo.
La tomba è una realtà scavata non solo nella terra, attraverso tutte le generazioni umane, ma anche nella mente. È, infatti, un punto fermo nel pensiero umano. L’uomo ragiona nell’ottica della tomba, anche se molto spesso la camuffa e la nasconde sotto tante cose, senza con ciò, tuttavia, smettere di leggere la propria vita nella chiave della morte. L’uomo può anche fuggire dalla tomba e cercare di evitarla, ma essa rimane un chiodo fisso del suo ragionamento.
La tomba è rimossa perché confessa il fallimento. I cimiteri si costruiscono fuori delle città. L’uomo allontana continuamente la morte, perché è un argomento infallibile che egli non è né padrone, né sorgente della vita.
D’altro canto, abbiamo nella tradizione spirituale un esercizio che si basa proprio sul ricordo della morte. Ciò mette immediatamente in rilievo l’ambiguità della morte. Tutto dipende da che punto di vista la si guarda. Se la guardiamo dal punto di vista della volontà dell’uomo che vorrebbe affermare se stesso come essere assoluto e indiscusso, allora la morte è una vera tragedia, una sconfitta palese. In questo senso è sempre l’interruzione di un sogno, di un progetto, e in ciò è un atto violento.
Se la guardiamo dal punto di vista spirituale, la morte rimane ugualmente un evento drammatico, ma è allo stesso tempo anche un momento di incontro, uno scenario vero, reale, sgombro da ogni falsità, in cui avviene l’incontro con Cristo crocifisso, morto, sepolto e risuscitato. Da quando il Signore è morto ed è stato sepolto, la tomba è diventata una realtà spirituale. Non parla più solo del fallimento e della tragedia, ma ricorda Cristo, il suo amore e la sconfitta della morte come conseguenza del peccato. E infatti il Signore ci viene incontro nella tomba. Perciò la morte rappresenta per il cristiano un ammonimento austero, severo, e allo stesso tempo degno di tutta la nostra stima e venerazione. La morte ci sprona a vivere ogni istante in modo tale da potersi incontrare, da poter dire “tutto è compiuto”, da essere trovati non sterili e spogli, ma rivestiti del germoglio verde, rinvigoriti nell’uomo nuovo, così da trovarsi come assorbiti nell’amore che abbiamo cercato lungo gli anni della vita (cf 2Cor 5,5). Il ricordo della morte fa scendere in noi la trasparenza, la sincerità, rende la vita autentica, la pulisce dalle inutili cosmesi, dal fasullo, dall’artefatto. Il ricordo della morte relativizza i criteri e le categorie, purifica il pensiero, prosciuga le passioni, e rende contemplativi. Abilita l’uomo al discernimento, lo rende capace di vedere ciò che conta e ciò che non conta, ciò che ha peso per la vita che rimane e ciò che si somma ad una vita che si putrefà e muore sterile.
Ma l’egoismo può essere così tenace e allo stesso tempo raffinato, mischiato alla patologia, insinuato nella psiche e nella mente, da preferire la morte all’amore. Ci si può protendere verso la morte piuttosto che verso l’altro, si può preferire fino in fondo il gestire la propria vita piuttosto che avvolgerla nell’amore e offrirla. In questo caso il dolore, che come dice Edith Stein è la garanzia dell’amore, può essere letto solo come maledizione, come fallimento della propria riuscita. Perciò si può intendere la volontà di uccidersi come la nostra ultima riuscita. Si tratta di un mistero tremendo e doloroso che si riesce a spiegare fino ad un certo punto attraverso lo studio delle patologie. Questo potrebbe essere il significato più decadente, più orribile della morte, più fallimentare e svuotato di senso. Ma, sulla certezza della croce di Cristo e sul suo sangue versato, l’umanità continua a credere che l’amore di Dio è più grande e che Satana, il padre della menzogna, non può avere l’ultima parola, perché la sua sconfitta è già avvenuta.

Veduta delle pareti centrale e di destra
Camera mortuaria

Montericco di Albinea (RE) - Italia

Marzo 2001


Le mirofore
Le mirofore vanno verso la tomba per ungere il corpo del morto. I morti si vanno a cercare nel cimitero. Se ci affidiamo alla tradizione che identifica Maria di Magdala che va alla tomba con la peccatrice che unge i piedi di Cristo, si dischiude davanti a noi ancora un altro scorcio del mistero della morte. Il gesto che Maria ha fatto ai piedi di Cristo era già un’unzione per la sepoltura. L’amore va oltre la tomba.
Il gesto di amore che Maria fa sul corpo di Cristo, ungendo i suoi piedi nella totale e trasformante accoglienza di Cristo, accompagna questo corpo mortale dell’umanità adamitica nella risurrezione. Maria unge il corpo di Cristo con la tenerezza di un amore nuovo che lei riceve proprio da Cristo, che la accoglie e la considera già come quel germoglio nuovo. Al momento dell’unzione, Maria, china sul corpo di Cristo, aderisce con questo amore nuovo, purificato, alla sua stessa umanità che da Cristo e in Cristo è impregnata della figliolanza, e lei si scopre figlia e sorella. Davanti alla tomba vuota, Maria di nuovo ai piedi di Cristo sente le sue parole: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” (Gv 20,17). Maria percepisce realmente che il gesto d’amore nel momento dell’unzione è già la risurrezione dell’umanità nuova della quale lei adesso partecipa proprio perché, aderendo a Cristo con un amore di tenerezza, si scopre parte di questa nuova famiglia, di questa nuova unità come figli e figlie dello stesso Padre del nostro Signore Gesù Cristo. E quando vuole fare di nuovo un gesto di tenerezza e trattenere i piedi di Cristo, presa da questo impulso dell’amore, Cristo le fa capire che adesso anche il modo di esprimere l’amore cambia e che questo cambiamento è legato al ritorno al Padre. Le possibili variazioni della traduzione del testo di Giovanni, “non mi trattenere”, “non mi toccare”, “non ora”, indicano che si tratta di un passaggio nel quale il gesto d’amore vissuto nel corpo mortale lo penetra fin nell’aldilà della morte e sarà rivissuto in un modo che è lasciato in sospeso fino a quando la figliolanza sarà compiuta e la presenza del Padre immediata.
Le mirofore presso la tomba gettano una luce anche su di noi che andiamo a visitare i nostri morti, o che ci stringiamo ai nostri cari moribondi. La morte trionfa nel mondo disintegrato, nel mondo dei separati e degli isolati. La morte fa vedere soprattutto agli occhi della nostra carne mortale che chi muore è spinto sempre più in una solitudine irreversibile. Più vengono meno le sue forze, più feroce è il dolore, più devastante è la malattia, più sembra che si attenuino le relazioni, gli intrecci, i rapporti, e che il moribondo precipiti in un abisso dove c’è solo la notte più buia. Un pugno di terra gettata sulla bara esprime chiaramente il congedo. Per la mentalità e la cultura tipica dell’umanità racchiusa nella sua esclusiva dimensione cosmica, cioè psicosomatica, è proprio così. Di per sé si promette la memoria, con parole come “noi ti ricorderemo”, “vivrai nei nostri cuori”, ma di fatto si è convinti che questa memoria prima o poi svanirà e l’oblio calerà su tutto.
Una cultura che ha ormai accettato la disgregazione dell’uomo come punto di partenza della sua visione, come sua verità, rende l’uomo schiavo delle categorie del mondo a cui appartiene. Se si considera la morte come una decomposizione della materia organica da cui egli è fatto, e di conseguenza anche una decomposizione psichica, allora non si può elaborare nessuna visione né culturale, né antropologica, che possa dire qualcosa di significativo sull’uomo. Tutto quanto è frutto di una cultura, una scienza, un’arte racchiuse in questa mentalità, sarà sempre una visione dell’uomo imprigionato in quella sfera dalla quale l’uomo è stato tolto e innalzato con la creazione del suo spirito. Si potrebbe addirittura dire che, considerando l’uomo solo all’interno della sua struttura cosmica e psichica, non si parla più dell’uomo in quanto tale, e perciò non si possono elaborare e proporre stili di vita a lui propri nella sua integrità. Dalla visione della morte che si ha, ne deriva dunque una visione dell’uomo.
Oggi è forse ancora più difficile intendere la morte in un modo corretto, perché in qualche modo non si ammette il peccato. Ma, non riconoscendo la vera esistenza del peccato, non si può avere una corretta comprensione della morte. Per diversi motivi e reazioni agli unilateralismi del passato, l’epoca moderna rigetta l’esistenza del peccato, pensando così di fare un favore all’uomo, come se con ciò l’uomo venisse liberato dalle sue diverse schiavitù. Ma in realtà gli si sta facendo un danno. Parlare del peccato non significa infatti avere una visione meschina dell’uomo, perché se ne riconosce la sua dignità di essere libero e responsabile.
L’uomo inteso solo come una realtà psicosomatica è studiato e approfondito come tale, cioè con categorie proprie al mondo animalesco e psichico-intellettuale. Negli ultimi secoli si è studiato in lungo e in largo il corpo dell’uomo e la sua psiche. Siamo arrivati ad una tale conoscenza da essere quasi in grado di riprodurre l’essere umano con la tecnologia. Ora, racchiudendo l’uomo nella sfera psicosomatica, l’abbiamo con ciò relegato a quel cosmo da cui Dio lo ha plasmato, scordando o sorvolando tacitamente lo spirito come realtà creata direttamente da Dio che è pure realtà costitutiva dell’atto con cui il Signore lo ha creato. Un’impostazione del genere unisce evidentemente l’uomo al mondo animalesco, o persino a quello botanico. Abbiamo accumulato incredibili conoscenze su tutto ciò che passa tra il verme e l’uomo, a tal punto che per la prima volta nella storia la tecnologia permette di padroneggiare in senso meccanico il mondo corporeo, fisico. Anche a livello sociale, l’uomo cerca la sua compagnia nel mondo degli animali, per i quali comincia a sentire spesso una compassione più esplicita che per i suoi simili. E la sua morte, la sua sepoltura, rappresentano un rientro nel mondo da cui è uscito. Su un tale orizzonte è chiaro che è difficile sostenere una morale elevata, un’etica nobile, dunque uno stile di vita improntato all’uomo come realtà divino-umana.
Per questo, anche di fronte alla morte, conviene intensificare la luce delle relazioni, purificarci, riconciliarci, in modo che si irrobustisca ciò che è veramente il tessuto della vita, orientando insieme a chi muore lo sguardo su ciò che è il divenire e il futuro vero, reale, al di là di ogni consolazione e sollievo temporaneo. Il fondamento della nostra speranza è solido e radicato nella memoria che Cristo risorto ha di noi e le speranze immediate, gli aiuti, i sollievi che ci possiamo dare hanno un vero peso e significato solo se sono letti e vissuti nella chiave della speranza che non delude.
Perciò nella vita è importante tessere le relazioni, soprattutto con quelli che maturano nella morte pasquale, che davvero vivono da chicco morente che germoglia. Conviene essere circondati da amici che vivono secondo l’immagine e la mentalità dell’uomo nuovo. E più ci si trova a dover affrontare la morte, più preziosi sono gli amici che la Chiesa ci offre come santi, cioè le persone che sono già glorificate in Cristo. I santi come amici, dove possiamo contemplare uno stile di vita post-pasquale, un modo di agire e di pensare secondo la logica dei corpi ormai spirituali. Nell’ora della morte, quando a tutti sembra che si stia precipitando in un abisso di solitudine, si intensifica la relazione e l’amicizia con coloro che sono già passati. Sono loro che ci insegnano come il corpo esprime la persona quando essa, in Cristo, immagine consustanziale del Padre, diventa “consustanziale” agli altri, un unico “organismo” con loro.
Ancora secondo la nostra tradizione, tra gli amici più fedeli dell’uomo sono gli angeli che vengono incontro per concentrare il nostro sguardo sulla vitalità e sulla luminosità del germoglio e che ci aiutano a distogliere l’attenzione dal chicco morente. L’angelo è la luce, il calore, la tenerezza spirituale.
Ma la logica spirituale non è mai scontata. La nostra mentalità è così tanto condizionata dalla morte, che le mirofore rimangono sbalordite e addirittura spaventate di non trovare il cadavere nella tomba. Maria di Magdala confonde il Signore con il giardiniere, perché il suo amore così forte e intenso non l’ha ancora resa matura nella contemplazione. La sua mente è ancora fissata sul cadavere, fino al punto che per lei è persino più normale cercare il cadavere e portarselo a casa per prepararlo per la sepoltura che il pensiero che il Figlio di Dio ha attirato nell’amore eterno del Padre anche l’umanità. La maturazione spirituale del nostro cammino di fede è un processo di progressiva capacità contemplativa. Solo con fatica, lentamente, ci si libera delle categorie di per sé convincenti, ma di un mondo riduttivo, per acquistare le categorie e i passi necessari per riconoscere il Risorto.


(Per approfondire, ved. O. Clément – M.I.Rupnik, “Anche se muore vivrà”.
Saggio sulla risurrezione dei corpi, Lipa, Roma 2003)

 

   
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