ANGELI
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EUROPA

CAPPELLA REDEMPTORIS MATER NELLA II LOGGIA DEL PALAZZO APOSTOLICO IN VATICANO [1999]

Indirizzo
Palazzo Apostolico - Città del Vaticano
Parola chiave
Adamo ed Eva, Altri Angeli, ALTRI PERSONAGGI NUOVO TESTAMENTO, ANGELI, Annunciazione, ANTICO TESTAMENTO, APOSTOLI ED EVANGELISTI, Ascensione, Battesimo, Cardinal Tomáš Špidlik, Christian M. de Chergé, CRISTO IN GLORIA, Crocifissione, DEISIS, Discesa agli inferi, Dormizione della Vergine, Elisabeth Von Thadden, Gabriele, Gerusalemme celeste, Gesù al tavolo dei peccatori, Gesù risorto - la tomba vuota e le apparizioni - Risurrezione/Resurrezione, Gioacchino ed Anna, Giona, Giovanni Battista, Giovanni e Giacomo, Giuseppe d’Egitto, Giuseppe sposo della Vergine Maria, I dodici apostoli, INFANZIA DI GESÙ, Lavanda dei piedi, Maddalena, Mano del Padre, Mar Rosso, Marco Evangelista, MARIA MADRE DI DIO, Maria Šveda, Michele, MINISTERO E MIRACOLI DI GESÙ, Mosè, Natività, Noè, Pantocratore, Paolo, Parabole: il buon samaritano, Parusia, Pavel Florenskij, Pentecoste, PERSONAGGI ANTICO TESTAMENTO, PERSONE, Pietro, Presentazione al tempio, Roveto ardente, S. Giovanni Paolo II, S. Martiri del XX secolo, S. Prassede, S. Teresa Benedetta della Croce - Edith Stein, Spirito Santo, Stefano, Tomas Spidlik, Trasfigurazione
 

 

 

 

 

Nel novembre 1999 è stato completato il mosaico che riguarda le tre pareti, la parete sinistra dell’incarnazione del Verbo, la parete destra della Divinizzazione dell’uomo, e la parete di fondo della Parusia, e inoltre la Volta con il Pantocrator.

 

 

Per approfondimenti:


Visita guidata con Nataša Govekar, Direttore della Direzione Teologico-Pastorale presso la segreteria per la comunicazione del Vaticano e membro del Centro Aletti

Visita virtuale della cappella in lingua inglese

 


L’opera realizzata dall’Atelier d’Arte del Centro Aletti è composta da:


 

 

L’itinerario liturgico

La celebrazione eucaristica nella cappella del Palazzo Apostolico Redemptoris Mater si apre con il Santo Padre che si reca alla sua sede, situata al centro della parete d’ingresso della cappella e decorata con il mosaico della Parusia. Dalla sede, il Celebrante guida i riti d’inizio e l’atto penitenziale, ascolta le letture e tiene l’omelia. Il suo sguardo contempla la Gerusalemme celeste, raffigurata sulla parete di fronte, una visione dell’unità definitiva della Chiesa. Questa visione escatologica non è una teorizzazione o un idealismo astratto: il suo sguardo percorre la storia della salvezza rappresentata sulle due pareti laterali della cappella, che testimoniano come il Regno di Dio è il contenuto della fede, lo scopo, il senso e la sostanza della vita dei cristiani. Secondo la testimonianza unanime della Tradizione e della Scrittura, il Regno è l’unità con Dio come fonte della vita, è il contenuto della vita eterna: “Questa è la vita eterna: che conoscano te” (Gv 17, 3). L’uomo è stato creato per questa vita vera e senza fine, in una pienezza di conoscenza, di unione e di amore. Il peccato l’ha allontanato da questa vita, ma Dio non si è allontanato da lui: “Nulla hai tralasciato di fare fino a ricondurci al cielo e a donarci il futuro tuo Regno”. Verso di esso, come verso il suo scopo e il suo compimento, era diretta tutta la storia santa, santa non della santità umana – dal momento che è una storia piena di cadute, tradimenti e peccati –, ma santa per il fatto che tramite essa Dio ha preparato la rivelazione del suo Regno. La liturgia nasce e acquisisce la sua struttura anzitutto come simbolo del Regno e della Chiesa nella sua ascesa verso di esso, che proprio tramite questa elevazione realizza se stessa come Corpo di Cristo e Tempio dello Spirito. E tutta la novità e il carattere assolutamente unico della liturgia cristiana è racchiuso nella sua natura escatologica di parusia futura, di rivelazione di quanto sta per venire, di comunione al Regno del “secolo futuro”.

La liturgia della parola ha il suo fulcro nell’ambone, posto al centro della cappella, esattamente perpendicolare all’immagine del Cristo Pantocrator che tiene nella sua mano il libro della piena e definitiva rivelazione. Da lui si dipartono i quattro fasci luminosi che danno origine alle quattro pareti musive. I bracci della croce continuano anche sul pavimento e confluiscono all’ambone. Con la croce, si crea così una sorta di globo, la cui asse ha ai due lati Cristo: sulla volta l’immagine (il Pantocrator) e sotto la proclamazione (la Parola). Il Verbo, la Parola, è il Figlio di Dio, Gesù Cristo. La nostra fede unisce in un modo inseparabile la Parola e l’immagine.

Al momento dell’offertorio, il Santo Padre si muove verso l’altare che sta di fronte alla sede. Si incammina quindi verso la parete della Gerusalemme celeste. Mentre celebra l’anafora, ha di fronte a sé la parete della Parusia, che è tutta una rappresentazione della liturgia celeste. In attesa dell’hó Erchómenos, cioè di Colui che viene, ogni Eucaristia – ponte vivo e misterioso incessantemente percorso tra cielo e terra – ci fa già pregustare la liturgia celeste, la Pasqua eterna, a cui partecipano tutti i salvati. Mentre il Pontefice offre il pane e il vino, il suo calice è già partecipazione della Chiesa all’anamnesis eterna della liturgia del cielo, come ci aiutano a ricordare le scene della storia della salvezza rappresentata sulle due pareti laterali. In piedi all’altare, il celebrante “nasconde” il cherubino che sta alle sue spalle, posto a custodia dell’ingresso della città di Dio, a simboleggiare che nella celebrazione dell’Eucaristia l’assemblea radunata ritrova l’accesso al banchetto del cielo, entra in comunione con la Trinità santissima.

La comunità che partecipa all’Eucaristia è collocata in due cori frontali, lungo l’asse che va dalla sede, all’ambone, all’altare. Mentre si svolge la celebrazione eucaristica, le persone, da qualsiasi lato dell’asse si trovino, possono contemplare le scene della storia della salvezza che, come una sorta di iconostasi, aiutano a cogliere la profondità del mistero che si sta celebrando.

La cappella stessa è pensata iconograficamente in maniera da far cogliere la valenza ecclesiale della liturgia: quando la persona vi entra, non trova un ambiente decorato da alcune immagini, ma ha di fronte a sé l’intera cappella come un’unica immagine e percepisce in modo immediato che si tratta di uno spazio abitato, dove sono presenti tutti coloro che in tutti i tempi fanno parte di questa convocazione sincronica rappresentata dalla liturgia. Così, entrando in cappella, si comprende che si è nella Chiesa e si fa parte di essa. La chiesa-tempio è una immagine di ciò che è la Chiesa. Entrando in una chiesa, si sperimenta che si entra in una comunione che attraversa i secoli e le generazioni. Non vi si può accedere da soli, ma ad essa si è chiamati e generati. Anche l’acquasantiera in forma di fonte battesimale, collocata all’ingresso della cappella, ci ricorda che siamo stati generati nella comunità ecclesiale tramite il battesimo.

 

La materia

L’arte del XX secolo ci ha dimostrato che la materia impiegata nell’opera artistica è un linguaggio autonomo, come il colore. Perciò, con il metodo diretto – dove cioè l’artista disegna sul muro, prepara il materiale e lavora direttamente sulla parete, decidendo la forma, la grandezza, il colore di ogni tessera – si apre una nuova possibilità per far rivivere il mosaico come poetica della pietra e degli smalti, per far emergere la pietra nella sua natura di materiale duro.

La scienza moderna solleva il problema del rapporto tra la materia e l’energia, intesa come principio vitale. Infatti, negli ultimi secoli, la creazione è stata sempre più considerata e resa una realtà morta, un oggetto da studiare e da usare. La teologia ci ricorda invece che il principio vitale nel creato è il Lógos, per mezzo del quale il mondo è stato fatto (cf Gv 1, 3). Se si apre la materia, se si dischiude la pietra, si trova in essa il codice del Verbo, del Lógos. Si trova cioè scritto nella materia il suo orientamento, la direzione del movimento che ha preso il creato. Ora, tutta la materia si muove verso l’uomo. Bulgakov ci ricorda che la materia vorrebbe entrare nel corpo, diventare corpo, perché il corpo è portatore dello Spirito, partecipa pertanto all’amore di Dio e alla possibilità di essere a servizio dell’amore, di essere assorbito dall’amore. Ha dunque la possibilità della risurrezione e della vita eterna, dato che l’amore dura in eterno e non conosce fine, come dice san Paolo (cf 1Cor 13, 8). La materia chiede di far parte dell’amore tra le persone, vuole essere presa nel gesto d’amore. La materia vorrebbe essere toccata e “usata” con amore e allo scopo di amare, perché così le è aperta la via all’eternità, proprio come al corpo umano. Il corpo infatti è portatore dello Spirito Santo. Lo Spirito ci dona la vita divina e l’amore del Padre. Questo amore cerca di penetrare tutto l’essere umano e di concretizzarsi nel gesto d’amore. Dandosi al servizio dell’amore, si viene condotti alla risurrezione, perché, come è stato detto, tutto ciò che è assunto nell’amore è conservato per la risurrezione. Altrimenti la materia non entrerà nella vita eterna. Per questo vediamo che il movimento della parete della discesa del Verbo e quello della parete della divinizzazione vengono scanditi proprio dalle pietre. Sono infatti i flussi, i movimenti, gli slanci, le cadute e le discese delle pietre a creare e a formare la struttura di fondo di ogni parete. Se guardiamo sopra l’Annunciazione, vediamo in modo più esplicito come tutta la materia scivola verso l’incontro tra l’Angelo e la Madre di Dio. Tutto tende all’uomo e tutte le persone sono rivolte verso Cristo, il Lógos, che unisce nella sua persona il cosmico, l’umano e il divino; solo il peccatore, duro, rigido, che tiene tutto per sé, seduto a tavola con Cristo, non si rivolge a Lui.

Nelle chiese antiche, gli artisti cristiani avevano creato uno spazio di bellezza e di decorazione che trasmette la vita. La bellezza è un mondo penetrato dalla verità e dall’amore. La bellezza si rivela, cioè, quando l’amore e la verità si fanno sensibili. E, dentro ad un mondo così, trovano il loro posto i santi. La bellezza, infatti, è l’ambiente naturale dell’uomo redento. Oggi, operando con la materia, facendola parlare, liberando la sua energia e il suo movimento e lavorando con i colori, si possono creare superfici che sprigionano la vita, che la ricordano e che richiamano all’uomo la bellezza come realtà possibile. E in essa vengono collocati gruppi di persone. È con questo principio che sono state create le tre pareti che narrano la storia della salvezza.

 

Il colore

L’arte cristiana ha quasi sempre optato per il colore puro, soprattutto se si trattava di arte liturgica, l’arte cioè propria allo spazio della celebrazione liturgica. Anzi, si potrebbe addirittura costatare che l’espressione di una fede vissuta si è rispecchiata nella scelta di colori decisi, luminosi, puri. Si possono ricordare i copti, i siriaci, i bizantini, il gotico, le vetrate delle cattedrali, Duccio di Boninsegna, ecc… Il colore puro significa l’individualità, la personalità, e un’armonia di colori puri e forti è una bellissima immagine della Chiesa – che è una festa dei colori perché è l’armonia delle diversità. I cristiani riconoscono come principio della comunione lo Spirito Santo in Cristo, dove sono uniti senza mutilarsi a vicenda. Si tratta del principio trinitario della comunione. Solo quando diminuisce la fede si cercano altri principi di unità, più vicini ai compromessi che alla vera comunione. Poiché siamo alla fine di un’epoca in cui l’arte moderna riscopre e celebra l’importanza del colore, e poiché siamo all’inizio di un nuovo millennio e di un nuovo slancio di evangelizzazione, così fortemente promosso dal magistero del Papa Giovanni Paolo II, è sembrato importante far vibrare queste pareti di luce e di colore. Un Papa che si è consumato nella fatica apostolica per dare vita alla Chiesa in ogni parte del mondo, aveva certamente nel cuore una visione della fede viva e di una Chiesa come luogo in cui si vince la morte e si celebra la vita del nostro Signore. Inoltre, questa cappella, dedicata il 14 novembre 1999 dal Papa Giovanni Paolo II, è stata aperta quasi contemporaneamente all’inizio del grande Giubileo del 2000, momento in cui si è celebrata la salvezza dell’umanità, realizzata dal nostro Dio in Gesù Cristo.

 

Due polmoni

Sulla parete centrale il respiro a due polmoni della Chiesa universale si esprime nelle triadi dei santi, composte di figure sia orientali che occidentali. Sulle altre tre pareti, i due polmoni si esprimono come scambio di doni. L’Oriente offre la tradizione dell’interpretazione figurativa del dogma e della spiritualità, mentre l’Occidente presenta la capacità di una interpretazione sempre nuova, di un’inculturazione continua e di una particolare attenzione alla cultura contemporanea. Per questo, vediamo che la struttura di fondo degli episodi narrati sulle pareti allude all’iconografia orientale, ma il linguaggio e la modalità di espressione richiamano le correnti artistiche, soprattutto occidentali, del XX secolo.

 

 

PARETE DELL’INCARNAZIONE DEL VERBO
 

A sinistra, guardando l’altare, vediamo la parete della discesa del Verbo o della kenosi di Dio, della sua umiliazione.

Nell’asse centrale, dall’alto sulla volta, la Natività di nostro Signore.

Sotto troviamo la scena del Battesimo di Cristo, dove il Giordano è come la sua tomba. Cristo nel battesimo sembra morto, è raffigurato come sulla croce, con lo stesso vestito e i piedi come se fossero inchiodati.

Ma quando muore davvero, nella Discesa agli inferi (immediatamente sotto la scena del Battesimo), lo vediamo dinamico, vivo, tanto che con decisione tira fuori Adamo ed Eva dalla tomba. Qui sono state unite due scene che raramente troviamo accostate nell’iconografia, sia greca che occidentale, ma che si ritrovano invece nei testi liturgici siriaci: la discesa nel Giordano e la discesa agli inferi.

 

Parete dell’incarnazione
Veduta d’insieme
Novembre 1999

 

Nella scena centrale del Battesimo vediamo la grande umiltà di Giovanni Battista, tutto curvato, con una grande concentrazione del volto. Sopra la sua mano si apre il cielo e scende l’oro, la santità, la voce del Padre. L’angelo sulla destra ha un volto stupito: deve rendere testimonianza della presenza di Dio in una circostanza così umile.

Nella Discesa agli inferi, Cristo prende per mano Adamo ed Eva: Adamo si lascia davvero tirar su e c’è una certa somiglianza tra il vecchio e il nuovo Adamo. Il vecchio Adamo incontra il nuovo, che è il suo prototipo. Il Signore scende nel regno della morte per aprire tutte le tombe, fino alla prima, quella dei protogenitori. Cristo risuscita non scappando dalla tomba, ma penetrando negli inferi e tornando dalla morte insieme all’umanità redenta. Guardando Cristo negli inferi, si contempla la salvezza che Egli ci comunica dandoci la mano e tirandoci fuori dal regno della morte.                  

Eva è raffigurata con le braccia più lunghe del normale, perché è con esse che ha afferrato il frutto nel giardino dell’Eden: adesso, finalmente, accarezza il Frutto che dà la vita. Dietro ad Adamo ed Eva si aprono tutte le tombe del mondo. Questa scena centrale del Battesimo e della Discesa agli inferi è raffigurata secondo la composizione di un fiore sbocciato, aperto, che abbraccia e invade tutta la parete. I Padri dicevano infatti che la creazione è come un fiore che sboccia all’Incarnazione del Verbo. Ed è esattamente nel pistillo, dove si feconda il fiore, che Dio scende fino alla morte dell’uomo, per fecondare l’umanità con la vita eterna.

Parete dell’incarnazione
B
attesimo nel Giordano e Discesa agli inferi
Novembre 1999

 

Alla sinistra della Discesa agli inferi troviamo la tavola dei peccatori: il Signore si siede a mensa con i peccatori: un peccatore rigido tiene tutto per sé, smarrito nel suo sguardo; un altro, pentito, comincia a muoversi verso Gesù e vorrebbe toccarlo. Cristo si volge verso la donna che lo ama e che con i capelli gli asciuga i piedi, dopo aver rotto il vasetto di alabastro (cf Mt 26, 6-13). Più si accorcia la distanza tra il Signore e la donna, più aumenta quella con il peccatore impenitente: “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori…” (Mt 9, 13).

Parete dell’incarnazione
Mensa – l
ato sinistro
Gesù al tavolo dei peccatori
Novembre 1999

 

E infatti la stessa tavola dei peccatori continua al lato destro della scena della Discesa agli inferi come tavola degli apostoli: Cristo lava i piedi a Pietro. Pietro si stupisce e mostra di volersi far lavare anche la testa, tutta la sua persona (cf Gv 13, 9). Due lavande, dunque, sottolineano la kenosi di Cristo. Cristo è vestito di un colore rosso intenso (ancora più acceso nella scena in cui lava i piedi a Pietro) per indicare la sua massima concentrazione in quel gesto di umiltà, di kenosi totale. Secondo la tradizione giudaica, nessun ebreo poteva essere schiavo di un altro ebreo e lavargli i piedi. Qui invece vediamo esattamente in diagonale Cristo con la cananea (la straniera alla quale egli si apre) e Cristo che fa un gesto di per sé proibito agli ebrei e che spettava solo agli schiavi stranieri.

La tavola dei peccatori è anche la tavola degli apostoli e in mezzo ad essa è raffigurata la risurrezione del Signore. Le pietre della montagna che circondano la tomba di Gesù sono fatte dello stesso materiale del pane che troviamo sulla tavola. Infatti, come dice Bulgakov, con la risurrezione anche il cosmo torna ad essere in grado di parlare di Dio, di rivelarlo.

Parete dell’incarnazione
Mensa – lato destro
Lavanda dei piedi
Novembre 1999

 

Ci sono quattro scene complementari che accompagnano la discesa del Verbo.

Partendo da sinistra verso destra, la Crocifissionela Madre di Dio che abbraccia il Figlio crocifisso in modo tale che essa, immagine della Chiesa, racchiude tra le sue braccia Cristo, che versa dal suo costato trafitto acqua e sangue. La Chiesa raccoglie e accoglie la salvezza operata da Cristo e la comunica al mondo. Accanto si trova il centurione, vestito in modo da essere immediatamente riconoscibile come un romano, dunque un pagano. Il suo volto è nascosto, proprio per sottolineare che, essendo non credente, “non è dei nostri”. Ma Maria, cioè la Chiesa, lo guarda direttamente in volto. Solo chi ama così riesce a vedere i volti di coloro che per noi sono senza volto, i lontani o i non credenti. Maria vede il volto di colui che era uno straniero, un non credente, che tuttavia per primo ha confessato la fede in Cristo: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio” (Mc 15, 39). Una significativa apertura agli uomini e alle donne di oggi.

L’aureola di Cristo reca la scritta Phos, “luce”. Cristo assorbe tutte le tenebre del mondo, assume tutto il peccato dell’umanità e, nell’offerta di amore al Padre, tutto viene bruciato. La luce, che è l’amore tra Padre e Figlio, è così forte che le tenebre non possono soffocarla.

 

Parete dell’incarnazione
La crocifissione
Novembre 1999

 

Proseguendo la scena dell’incontro con la cananea in cui vediamo che Cristo esce dal tempio, diventa Lui la nuova porta del tempio, diventa tempio Lui stesso, e con mani grandi – che indicano la generosità – si apre come per abbracciare la cananea, la donna che nel Nuovo Testamento è ricordata insieme al cagnolino e alle briciole sotto il tavolo. Il tavolo è imbandito con il pane e i pesci, simbolo dell’abbondanza che il Signore ha portato.

Cristo come Logos, come Verbo di Dio, supera la legge di Mosè e la compie nell’apertura universale della salvezza, rivolta anche ai non ebrei.

 

Parete dell’incarnazione
Incontro con la cananea
Novembre 1999

 

Proseguendo sulla destra vediamo la Presentazione al tempio: Cristo portato da Giuseppe e Maria nel tempio è affidato a Simeone e Anna, che srotola la profezia; Simeone con gli occhi spalancati dice: “I miei occhi han visto la tua salvezza” (Lc 2, 30). Di per sé la scena vuol indicare la sottomissione del Verbo alla legge di Mosè, alla legge ebraica. Cristo entra nel tempio e assume tutta la realtà dell’Antico Testamento.

Parete dell’incarnazione
Presentazione al tempio
Novembre 1999

 

Infine l’Annunciazione, Maria è raffigurata in un atteggiamento di raccoglimento, con gli occhi chiusi. Non si sa se stia per sedersi sulle gambe o se stia per alzarsi. È rappresentata sul rotolo del libro che l’angelo distende ed è in un atteggiamento di ascolto. Sant’Efrem il Siro – riprendendo un’antica tradizione del nord Africa che ha la sua origine nei geroglifici egiziani – dice che la Madre di Dio è stata fecondata tramite l’orecchio. L’arcangelo Gabriele apre il rotolo del Verbo, la sua mano destra è esattamente all’altezza dell’orecchio, dove sussurra la Parola a Maria. Lei depone le mani in grembo, tessendo un filo rosso. L’antica tradizione rappresentava spesso Maria nell’atto di tessere, per indicare che la Madre del Signore ha tessuto la carne al Verbo. Si tratta dunque di una relazione tra Parola e Immagine. Maria ascolta e poi farà vedere. Da quel momento in poi bisogna avere gli occhi per ascoltare la Parola. Maria diventa così l’immagine del monachesimo e della Chiesa, dal momento che ogni cristiano è chiamato ad ascoltare la Parola, a portarla con amore e a farla diventare la sua carne, cioè a farla trasparire in tutta la propria vita.

Parete dell’incarnazione
Annunciazione
Novembre 1999


 

 

PARETE DELLA DIVINIZZAZIONE DELL’UOMO
 

La parete di destra (guardando l’altare) è una sorta di contrappunto alla parete della kenosi, della discesa di Dio. Qui è raffigurata la salita dell’uomo, la divinizzazione, il ritorno dell’umanità al Padre. Nell’asse centrale della parete, sulla volta, vediamo la Dormizione.

Ma come saliamo noi uomini a Dio? Torniamo a Lui nel Figlio per mezzo dello Spirito Santo. Perciò la scena centrale della parete è rappresentata dall’Ascensione. Questa scena è unita alla Pentecoste. Si tratta di due scene che di solito non si trovano insieme, tranne in rare immagini orientali.

Tutta la parete è pensata sulla base del versetto di Isaia dice che la pioggia scende e torna al cielo solo dopo aver fecondato la terra e averla fatta fruttificare (cf Is 55, 10). C’è un movimento di discesa e di ascesa, di venuta e di ritorno. Lo Spirito Santo scende e ci muove verso il Figlio per tornare al Padre. Quello che rende l’uomo simile a Dio è l’amore, perché Dio è amore. Lo Spirito Santo, versando l’amore in noi, crea quell’unione con Dio che rende l’uomo un essere appartenente al suo Signore, separato dalle tenebre, unito alla luce.

Parete della divinizzazione
Veduta d’insieme

Novembre 1999

 

Al centro l’Ascensione di nostro Signore e la Pentecoste. Cristo deve salire al Padre, perché lo Spirito scenda. Il Padre rimane sempre nascosto. Noi conosciamo Dio tramite la sua mano, cioè la sua opera nella creazione e nella redenzione. Il Figlio già tocca il paradiso, l’abitazione del Padre, con le ferite ben evidenziate, perché porta con sé l’umano: la realtà più umana sul suo corpo sono le sue piaghe, infertegli dall’uomo sulla carne da lui assunta.

Sotto, mentre il mantello di Cristo sfiora ancora la terra, c’è la Madre, la donna nella quale tutto questo mistero si è comunicato e rivelato. È in atteggiamento orante, dunque è immagine della Chiesa in epiclesi. Cristo sale al Padre e lascia sulla terra il paradiso: la Vergine Madre-Chiesa in epiclesi per la discesa dello Spirito Santo. Lo Spirito scende come un fuoco e crea la comunità, che è il grande miracolo della storia umana, la comunità dei figli che nel Figlio tornano al Padre.

Questa comunità ha nel suo cuore Cristo che sale a Dio Padre. Se viene meno Cristo al suo centro, la Chiesa non ha più senso.

La scena presenta un grande disegno ecclesiologico: ogni apostolo ha il vestito di un colore che non è mai ripetuto e un mantello che invece è simile al mantello di Cristo, uguale per tutti gli apostoli. Infatti, ognuno di noi è figlio nello Spirito, che ci rende figli in un modo del tutto personale, ma allo stesso tempo siamo resi figli nel Figlio, come sottolinea san Paolo (cf Gal 3, 26; 4, 5). Lo Spirito Santo garantisce la pluralità della figliolanza e il Figlio, Cristo, l’unità di questa medesima figliolanza.

Fuoco, colomba, vento, pur essendo immagini dello Spirito Santo, non sono tuttavia sue immagini personali. Già gli antichi Padri si chiedevano quale sia il volto dello Spirito, e rispondevano che questo è il Figlio. I primi quattro apostoli in alto, due da ciascun lato, guardano pertanto Cristo, perché solo grazie allo Spirito Santo ricevuto riescono a vedere in Gesù il Signore. Solo nello Spirito si può dire che Gesù Cristo è Signore. Altri quattro, sempre a due a due, si guardano l’un l’altro, perché ogni battezzato porta in sé lo Spirito. I penultimi due guardano Maria, che è piena di Spirito Santo, la pneumatofora per eccellenza. Pietro e Paolo guardano di fronte a loro, nello spazio fuori dalla parete, nel luogo dove la Chiesa viva, volto dello Spirito Santo nella nostra storia di oggi, celebra la liturgia. C’è dunque tutto un intreccio di sguardi, che sottende un discorso pneumatologico.

Parete della divinizzazione
Ascensione e Pentecoste
Novembre 1999

 

La prima scena partendo dalla sinistra della parete, di fronte all’Annunciazione che si trova sulla parete dell’incarnazione, è raffigurato l’incontro degli apostoli con Cristo riportato nel capitolo 21 di Giovanni, quando Cristo chiede a Pietro: Mi ami tu più degli altri? In modo simile all’Annunciazione, anche qui si tratta di un’adesione a Dio, alla sua volontà. L’apostolo Bartolomeo indica con la mano sinistra il martirio di san Paolo, quasi a voler dire: Come puoi chiedere se ti ama più degli altri, dal momento che tutti moriremo martiri, daremo la vita per te? Il “di più” non sta tanto nel gesto eroico, quanto nella vocazione. La vocazione si compie nell’amore. San Paolo dice che l’uomo può fare tutto, fino a bruciare il proprio corpo, ma se non è nell’amore non serve a niente (cf 1Cor 13, 3). Ora, l’amore è sempre personale, e di conseguenza anche la vocazione. La vocazione di Pietro è quella di radunare i fratelli. Per creare la comunione e l’unità tra le persone ci vuole tanto amore. Perciò Cristo chiede a Pietro se lo ama più degli altri. In maniera simile, Giuseppe, figlio di Giacobbe, fu più amato degli altri, perché aveva la vocazione di radunare i fratelli e riportarli uniti davanti al padre. L’episodio vuole sottolineare che anche il potere è fondato nell’amore e in esso si compie.

Parete della divinizzazione
“Mi ami più di costoro”
Novembre 1999

 

Proseguendo verso destra, come anticipato, sopra il samaritano è raffigurato il martirio di san Paolo: lo Spirito Santo scende come gocce di sangue e ritorna a Dio come martirio. Anticamente, il martirio era considerato il segno dello Spirito per eccellenza, perché il martire si abbandonava a delle prove impossibili per un uomo a motivo dell’amore di Dio.

Il martire è normalmente presentato con quattro elementi: si aggrappa all’albero della vita; si indica il modo del martirio (qui la testa decapitata); il volto è completamente pacificato, altrimenti si tratterebbe di un eroe, non di un martire (qui san Paolo è raffigurato come se si addormentasse nel Signore, con la testa appoggiata sul palmo della mano); si allude infine al luogo del martirio. Convenzionalmente san Paolo è raffigurato sotto le mura di Roma. Qui, sotto la sua testa, sgorgano tre ruscelli, come un richiamo al luogo del martirio, che la tradizione vuole alle Tre Fontane.

Parete della divinizzazione
Martirio di San Paolo

Novembre 1999

 

Lo Spirito Santo penetra allo stesso modo tutte le pietre e ritorna a Dio in un vortice, sotto forma di amore fraterno. Sotto san Paolo troviamo raffigurato il buon samaritano. Cristo è il buon samaritano che è venuto a curarci, e noi dobbiamo lasciarci amare, farci curare per essere abilitati ad amare. Eppure lui stesso dice: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40). Il forestiero, il nudo, l’affamato, il viandante sono Cristo. Si tratta di una reale identificazione, dal momento che il Signore ha assunto la nostra umanità. Perciò si può dire che il buon samaritano è Cristo che ci salva, ma allo stesso tempo anche il povero, bisognoso di aiuto, è sua immagine, come afferma l’identificazione che Egli ha fatto di sé con chiunque avremo soccorso (cf Mt 25, 31-46).

 

Parete della divinizzazione
Buon samaritano

Novembre 1999

 

Dall’altro lato, santa Edith Stein (Teresa Benedetta della Croce), monaca: lo Spirito Santo scende unendosi alla fiamma del roveto ardente, simbolo del monachesimo, in quanto il monaco è contemplativo e trova una rivelazione di Dio in tutto, riesce a vedere Dio in tutte le cose. Ma poiché Edith Stein è un’ebrea, allora il roveto ardente è anche simbolo di Mosè e della tradizione ebraica. All’interno del roveto si intravede il filo spinato, ricordo di Auschwitz. Edith accarezza la fiamma di Auschwitz, che per lei si identifica con il fuoco del roveto ardente di Mosè: è il luogo da cui Dio ha parlato a Mosè e adesso parla a lei. Il culmine della contemplazione, secondo la santa, è l’intelligenza che matura fino all’amore e riesce a vedere il bene nel male.

 

Parete della divinizzazione
Edith Stein e il monachesimo

Novembre 1999

 

Proseguendo a destra, la fiamma che scende dal Padre arriva fino in fondo, alla porta, penetrando le pietre, e ritorna a Dio in un vortice sotto forma di amore coniugale: come simbolo di questo amore sono raffigurati Gioacchino e Anna, i genitori di Maria. Anna, con un passo quasi di danza, muove l’uomo verso Dio. Evdokimov, insieme ad altri teologi in Oriente, ha insistito che la donna è stata creata per riportare l’uomo alla relazione, dunque all’amore, alla vita spirituale. La donna è il principio religioso, perché è il principio relazionale. L’amore sponsale tra uomo e donna, quindi, come via del ritorno al Padre.

 

Parete della divinizzazione
Gioacchino e Anna

Novembre 1999

 

Di fronte alla Crocifissione della parete dell’incarnazione, troviamo la tomba vuota con le mirofore e l’angelo che ha tolto il masso. Sulle bende sta scritto ho On, “Colui che è”. Maddalena è nello stesso atteggiamento di Edith Stein. Salome e Maddalena con i profumi, Edith Stein con la carezza, tutto per ricordare il Cantico dei Cantici. Siamo dunque di nuovo nel clima dell’amore. 

Tutta la parete in qualche modo parla dello Spirito Santo e dell’amore, mettendo in rilievo che la vita cristiana è una sinergia con lo Spirito, una partecipazione a Cristo e una comunione con il Padre. Per questo non può essere ridotta a ideologismi e a moralismi.

 

Parete della divinizzazione
T
omba vuota e mirofore
Novembre 1999


 

 

PARETE DELLA PARUSIA
 

Voltandoci verso la porta d’ingresso, che si trova di fronte alla rappresentazione della Gerusalemme celeste, troviamo la parete della Parusia, ossia della seconda venuta di Cristo. Sopra, sulla volta, è raffigurata la Trasfigurazione sul Tabor.

Parete della Parusia
Veduta d’insieme

Novembre 1999

 

Cristo che scende, è l’ho Erchomenos, Colui che sta venendo, nel vortice della divinità di per sé inaccessibile, dalla profondità imperscrutabile che adesso tuttavia si rende straordinariamente vicina (la sfera rossa che lo circonda). Cristo scende con le vesti sacerdotali, mostrando le ferite, il prezzo della filantropia, dell’amore per gli uomini. L’altare è tutto splendore, pronto per la liturgia celeste. Davanti all’altare si trovano Adamo ed Eva ormai vecchi, vestiti di rosso, che venerano il vero albero della vita – la croce (nella forma cirillo-metodiana) – in un Eden dove i fiori non appassiscono più.

I primi che si accostano all’altare come concelebranti sono due apostoli: Filippo con il calice e Marco con il Vangelo. Filippo, perché durante l’ultima cena aveva chiesto al Signore di mostrare il Padre (cf Gv 14, 8), e Marco come primo evangelista che testimonia la Buona Novella della storia della salvezza.

 

Parete della Parusia
San Filippo e Adamo

Novembre 1999

 

Parete della Parusia
Cristo erchomenos, colui che sta venendo

Novembre 1999

 

Parete della Parusia
San Marco evangelista ed Eva

Novembre 1999

 

Sono inoltre presenti quattro grandi figure veterotestamentarie, prefigurazioni di Cristo. Questi quattro personaggi in tutta la tradizione cristiana sono sempre stati interpretati come tipi del Cristo pasquale.

In alto a sinistra, Noè con l’arca, simbolo di Cristo che con la croce salva il mondo, o di Cristo e la Chiesa.

 

Parete della Parusia
Noè sull’arca

Novembre 1999

 

In alto a destra invece, Mosè che blocca il Mar Rosso.

 

Parete della Parusia
Mosè apre il Mar Rosso

Novembre 1999

 

Sotto Noè, in basso a sinistra troviamo Giona con la balena, immagine di Cristo racchiuso per tre giorni nel ventre della terra.

 

Parete della Parusia
Il pesce e Giona

Novembre 1999

 

In basso a destra Giuseppe d’Egitto con i covoni e i sacchi di grano, rigettato e venduto dai fratelli, che tuttavia diviene la loro salvezza.

 

Parete della Parusia
Giuseppe d’Egitto

Novembre 1999

 

L’iconografia orientale ci insegna che la terra e il mare alla fine dei tempi ridaranno i morti a Cristo. E qui vediamo, sparse sulla terra e sul mare, accanto a Giona, le persone che sorgono dalla morte indossando la veste bianca del loro battesimo (cf Ap 7, 14), segnati per la salvezza con la lettera “tau” (cf Ez 9, 4) e con le stigmate. Hanno accolto l’amore di Cristo, sono stati con lui crocifissi e si sono lasciati penetrare dall’amore. Tutto ciò che viene assorbito dall’amore è strappato alla morte per la vita eterna, poiché l’amore non ha fine. Chiunque ama, prima o poi giunge al triduo pasquale, perché l’amore di Dio vive nella storia nel modo della pasqua. I risorti qui rappresentati hanno accolto l’amore di Dio tramite l’opera della redenzione di Cristo e gli sono divenuti simili. Ogni uomo, donna o bambino è simile a Cristo per mezzo dell’amore di Dio. Le loro mani con le stigmate, ad esempio, ci ricordano le mani del Signore. Tutte queste persone divengono così – come Mosè, Noè, Giona, Giuseppe d’Egitto – altrettanti ricordi di Cristo, anzi, una sua memoria diretta, una sua eterna anamnesi. La liturgia è un memoriale perenne, una memoria eterna del Signore. Ecco la liturgia del cielo, ecco la parusia: tutto ciò che è stato raggiunto dall’amore di Cristo e che lo ha accolto riappare con Lui.

La terra è piena di sole e di luce in festa, perché i figli plasmati dalla terra si rivelano come figli di Dio. Ognuno risuscita con ciò con cui ha amato. L’amore è anche l’ambito in cui si salva il mondo, il creato. La materia, assunta nell’amore tra le persone, partecipa alla risurrezione universale. Così vediamo le diverse vocazioni umane come cammino che porta alla risurrezione le persone che le vivono e il mondo che esse hanno impregnato e coinvolto nell’amore: c’è l’artista con la tavolozza dei colori, un’impiegata con il computer, il sapiente con i libri, la bambina con la palla dei suoi giochi, i coniugi con il loro amore, i costruttori, gli ingegneri, gli architetti con la loro fatica e creatività, e i sacerdoti, nella persona di Giovanni Paolo II, con la Chiesa.

Parete della Parusia
La terra e il mare ridonano i morti a Cristo

Novembre 1999

 

Al centro, sotto il Cristo, san Pietro apre la porta del paradiso. Accanto a lui, su una superficie che si staglia sulla parete, è collocata la cattedra in bronzo del suo successore. La cattedra è fatta in modo tale che, dovunque uno si appoggi, soffre, perché si tratta non del potere del mondo, ma di quello della croce. Accanto alla cattedra si trova il grande pesce che ha sputato Giona sulla spiaggia. La sua grandezza indica che il male è una reale possibilità fino alla fine dei tempi.

 

Parete della Parusia
Pietro apre la porta del Paradiso

Novembre 1999

 

Al lato destro, in basso, l’arcangelo Michele mette la sua mano sulla bilancia del giudizio per rovesciare il diavolo nell’inferno. Secondo la teologia orientale, l’inferno deve esistere, altrimenti Dio non sarebbe Padre e Amore, ma un dittatore del bene. Poiché, infatti, Dio è Amore, è la libera adesione. Tuttavia, se qualcuno si trovi all’inferno e che genere di pene vi si scontino, non lo sappiamo. È un mistero di Dio, imperscrutabile per l’uomo. Per questo l’inferno è coperto da una tenda rossa.

 

Parete della Parusia
L’Arcangelo Michele e la bilancia

Novembre 1999

 

Parete della Parusia
Diavolo all’inferno

Novembre 1999

 

Sopra la porta d’ingresso, negli angoli, verso il soffitto, troviamo la Madre di Dio e Giovanni Battista nell’atteggiamento della deisis. Dovrebbero stare accanto a Cristo, in quanto sono i due che l’hanno indicato al mondo. Ma, dal momento che tutta la parete è manifestazione di Cristo, si trovano ai suoi estremi perché indicano il Signore in tutto ciò che vi si trova raffigurato, rivelando così Dio tutto in tutti (cf 1Cor 15, 28).

 

Parete della Parusia
Maria in deisis

Novembre 1999

 

Parete della Parusia
Giovanni Battista in deisis

Novembre 1999

 

Dietro a Maria e a Giovanni Battista, due processioni di martiri e testimoni della fede, inaugurate a sinistra da santo Stefano, il protomartire, e a destra da santa Prassede (V secolo). I martiri sono il gesto che continua ad indicare Cristo in tempi e in luoghi diversi. Dopo santo Stefano, troviamo Maria Šveda, greco-cattolica ucraina uccisa dai sovietici, e Pavel Florenskij, sacerdote ortodosso russo ucciso anch’egli dai sovietici. Dall’altro lato, padre Christian M. de Chergé, trappista ucciso in Algeri insieme ai suoi confratelli dagli estremisti islamici, ed Elisabeth von Thadden, luterana tedesca uccisa dai nazisti. Da ogni lato, l’ultimo martire raffigurato stende il suo braccio, per indicare la lunga processione che lo segue. I loro nomi sono scritti nelle lingue originali. Con ciò si vuole indicare, secondo un pensiero sviluppato da alcuni teologi ortodossi, ad esempio Ivanov, che anche le culture e le lingue risusciteranno, non in virtù del loro imporsi con la forza nella storia, ma per essere entrate in Cristo ed avergli reso testimonianza.

Parete della Parusia
Lato sinistro
Martiri e testimoni della fede

Novembre 1999

 

Parete della Parusia
Lato destro
Martiri e testimoni della fede

Novembre 1999

 

I due profeti che svelano il rotolo della profezia fino in fondo – Isaia: “Ogni carne vedrà la salvezza” (Is 40, 5 – greco – e 52, 10), e Daniele “Ti sei ricordato di me, e non hai abbandonato coloro che ti amano” (Dn 14, 38) – sono come la chiave di lettura di tutta la teologia della cappella, una teologia dell’Incarnazione che giunge alla risurrezione della carne. È una teologia della memoria, che vuol dire una relazione di Dio fedele che mantiene in vita tramite l’amore.

 

Parete della Parusia
Profeta Daniele
(Dn 14, 38)
Novembre 1999

 

Parete della Parusia
Profeta Isaia
(Is 40, 5; 52,10)

Novembre 1999


 

 

LA VOLTA
 

Sopra, al centro del soffitto della cappella, domina una croce bianca con il Pantocrator al centro: allo stesso tempo mite e sofferente, trasfigurato e Figlio dell’uomo “che ben conosce il patire” (Is 53, 3). La signoria è però il suo carattere principale, nel quale l’amore del Padre trova la sua perfetta realizzazione. Cristo indossa una tunica rossa ed è rivestito di un mantello blu. Nel corso di tutto il primo millennio, il rosso era un colore che indicava Dio, e il blu l’umanità. Cristo, vero Dio, ha assunto l’umanità. In modo inverso Maria, Madre di Dio, ha la tunica blu ed è rivestita di un manto rosso: è per eccellenza la creatura divinizzata, l’essere umano reso partecipe della vita divina.

Volta
Il Pantocratore

Novembre 1999

 

Sempre sulla volta, nell’asse centrale della parete dell’incarnazione, la Natività di nostro Signore: Maria partorisce e depone il figlio nel sarcofago, perché il Bambino è nato per morire e così raggiungere noi nella morte e strapparci al suo potere.

 

Volta – Parete dell’incarnazione
Natività

Novembre 1999

 

Nell’asse centrale della parete dell’incarnazione vediamo la Dormizione, cioè l’ultima mèta nell’orizzonte dell’antropologia. Maria dona il corpo al Verbo e il Verbo dona la vita eterna a sua Madre. Trovarsi nelle braccia di Cristo che ti presenta al Padre è l’ultimo traguardo della persona creata.

Volta – Parete della divinizzazione
Dormizione della Vergine

Novembre 1999

 

Nell’asse centrale della parete della Parusia infine la Trasfigurazione sul Tabor come immagine del compimento di tutto in Cristo nel mistero pasquale. Accanto a Cristo, le figure di Mosè e di Elia, il legislatore e il profeta. Ogni profetismo e ogni legge si misurano sulla persona del Signore, nel mistero della Pasqua. La legge di Mosè è un richiamo alla tradizione e alla memoria, mentre il profeta Elia al futuro e al compimento.

Volta – Parete della Parusia
Trasfigurazione
Novembre 1999


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